San Giuseppe Moscati
e il magistero recente sull’Amore
nell’Enc. "Deus Caritas Est" Di Benedetto XVI - 4

Fede e vita in Giuseppe Moscati

 

Dott.ssa Maria Grazia Di Palermo

Preghiera personaleUnione a Cristo nell’EucaristiaL’obbedienzaL’umiltàIl celibato

La preghiera personale

In un’epoca dominata dal positivismo e dal materialismo, Giuseppe Moscati seppe sintetizzare scienza e fede, cultura e religiosità, sapere umano e sapere divino. Come ai giorni nostri, una crisi psudoscientifica allontanava molti da Dio e dalla Chiesa, quasi che la vera scienza fosse inconciliabile col soprannaturale e la tecnica potesse da sola appagare le esigenze dello spirito umano (1). Ma da studente, medico e professore, Moscati non si chiuse mai nel cerchio degli studi umani, ma seppe elevarsi a considerazioni superiori e conoscere un equilibrio che gli permetteva di aprirsi al dolore, ai poveri, ai valori dell’amicizia.

La vita di fede di Giuseppe Moscati era molto semplice: iniziava con la preghiera, con lettura e meditazione quotidiana della Sacra Scrittura (2), si approfondiva nell’unione a Cristo nell’Eucarestia, procedeva in un abbandono nel Cuore di Dio portandone gli effetti durante la normale attività; egli conosceva dunque la preghiera continua, che gli permetteva di non separarsi spiritualmente da Dio anche nel lavoro o durante la conversazione, com’è anche testimoniato dal P. Aromatisi.

"La prolungata preghiera mattutina di Peppino, quando l’alba gli permette appena di intravedere dalla sua stanzetta l’abside e il campanile della Chiesa del Gesù Nuovo, è l’inizio di un colloquio che in forma diversa dura ovunque si trovi" (3). Così Marranzini ricorda Giuseppe Moscati, e permette quasi di vederlo: un’anima nel desiderio e in ricerca del suo Gesù, a testimonianza di una vita nel corpo accettata come volontà di Dio. Appena è possibile, prima che il vortice del giorno porti con sé il suo lavoro, egli cerca il suo Amico, o forse è meglio dire che è l’Amico che cerca lui. Infatti:

"La sapienza è radiosa e indefettibile,
facilmente è contemplata da chi l’ama
e trovata da chiunque la ricerca.

Previene, per farsi conoscere, quanti la desiderano.
Chi si leva per essa di buon mattino non faticherà,
la troverà seduta alla sua porta.

Riflettere su di essa è perfezione di saggezza,
chi veglia per lei sarà presto senza affanni.

Essa stessa va in cerca di quanti sono degni di lei,
appare ben disposta per le strade,
va loro incontro con ogni benevolenza"
(Sap 6,12-16).

Maria "Sedes Sapientiae"

"La sua mente era sempre unita a Dio – depose P. Giovanni Aromatisi s.j. – […] Richiesto da me che cosa avesse pensato in una tramvia affollatissima dove c’eravamo trovati insieme ed aveva anche pagato il biglietto per me, rispose: "A Dio Padre, al Cielo…" Questa unione con Dio traspariva dall’astrazione completa da tutto quello che lo circondava…, e si scopriva nell’atteggiamento esteriore" (4).

L’unione a Cristo nell’Eucarestia

L’Eucarestia che segue a questo incontro nella preghiera, all’alba, è un incontro tra amici in cui il Signore si rivela a Moscati irrigando con abbondanza i campi del suo spirito, essendo l’Amore una sorgente continua e l’anima un campo bisognoso dello Spirito per produrre frutti di ogni specie.

Così, sapendo che "dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto grazia su grazia (1 Gv 16), si chiede anzitutto a Dio di mantenere la fedeltà ai tempi della preghiera, a quell’alba carica di Presenza e di ascolto che segna ogni giorno da vivere in terra, all’unione al Corpo e Sangue di Cristo, e da questa unità visitare le esperienze di ogni giorno, vivere e parlare, ascoltare, lasciando che le virtù di Cristo orientino i sensi, mantengano la purezza degli occhi, del cuore, delle orecchie, della lingua, considerando Cristo il solo capace di governare con equilibrio ogni cosa.

Cristo illumina ogni nostra esperienza, attitudine e relazione, e dalla Sua Sapienza è possibile comprendere molte cose ignote a molti, che danno senso al nostro passaggio terreno e schiariscono il mistero del limite. Dall’abbandono in Cristo nasce il fatto che l’uomo in terra è un inviato nell’ambito della Famiglia Trinitaria, e che le preoccupazioni di Dio (la Chiesa, la salvezza dei singoli, l’umana società, l’evangelizzazione, la purificazione delle coscienze) sono le preoccupazioni dell’anima che Dio ha stretto a sé.

Amando Cristo, Moscati non poteva non nutrire un amore particolare alla Vergine Maria. Il Dr. Orsi così ricapitola questa devozione dell’amico: "Il Servo di Dio ebbe somma devozione per la Madonna specialmente sotto il titolo del Buon Consiglio. Tutti i giorni recitava il S. Rosario e altre devozioni in onore di Lei, e non mancava nelle varie festività della Vergine di fare delle speciali preghiere ed assistere agli uffici divini. Mi consta ancora che aveva un grande culto per la Madonna di Pompei. Devo ritenere che alla Vergine sotto il titolo del Buon Consiglio dedicò il suo voto di castità, che poi in maniera tanto edificante osservò fino alla morte. Agli ammalati e agli studenti egli parlava della Madre di Dio per esaltarne la grandezza ed inculcare speciale devozione" (5).

L’obbedienza in Giuseppe Moscati: eredità della fede di famiglia

A Benevento i coniugi Moscati portarono la loro fede e la costante fedeltà ai loro principi, preoccupandosi di dare ai figli una robusta educazione religiosa, come testimonia al Processo ordinario napoletano sulle virtù dell’allora Servo di Dio, lo stesso fratello Eugenio: "I genitori furono ferventissimi cristiani praticanti e come prova vada la scrupolosità loro nell’educare in grembo alla religione cattolica colla frequenza esatta ai doveri dei cristiani e colla recita quotidiana in comune del Santo Rosario alla Madonna… Tutti noi siamo stati educati in famiglia. Ciò che ho deposto consta di scienza propria" (6).

Le ultime parole della madre di Giuseppe Moscati, Rosa,nel 1914, furono queste: "Figliuoli miei… fuggite sempre il peccato, che è il più grande male della vita". Nella famiglia di Moscati si teneva all’obbedienza alla fede, malgrado le pressioni dell’ambiente esterno specie su Francesco Moscati, padre di Giuseppe, in quanto era un magistrato, e certo faceva rumore che si recasse ogni giorno a Messa prima di prendere servizio.

Dopo un periodo trascorso ad Ancona (durante il quale il piccolo Giuseppe fu condotto a visitare il celebre santuario mariano di Loreto), Francesco Moscati fu ben presto trasferito a Napoli, dove – dopo alcune sistemazioni provvisorie - prese residenza con la famiglia in Via Cisterna dell’Olio 10, nel 1888. La casa si trova a poca distanza dalla chiesa dei gesuiti del Gesù Nuovo e a quella di S. Chiara, tenuta dai Frati Minori.

Giuseppe ricevette un’educazione piena di amore e ispirata ad una gerarchia di valori, nella quale Dio occupava il primo posto, e fin da piccolo è educato all’adorazione al S.S. Sacramento, pratica che conservò tutta la vita.

Allo spirito d’obbedienza di Moscati ha certamente contribuito l’armonia e la non conflittualità familiare, che fa accettare di buon grado ogni disposizione come positiva. Come sempre la famiglia gioca un ruolo chiave nella formazione della personalità, e un ruolo positivo dato che Giuseppe era quotidianamente testimone dell’amore e della donazione dei genitori tra loro e verso i propri figli. Anche lo studio egli l’accetta non come imposizione, ma come una necessità, un impegno indispensabile per crescere, anche se necessita di uno sforzo personale.

L’umiltà: tutto abbiamo ricevuto da Dio

L’umiltà di Moscati si radicava nella convinzione profonda di aver tutto ricevuto da Dio e di non avere nulla di suo. Così depose Emma Picchillo, un’anima consacrata al servizio nel Santuario di Pompei, dove Moscati si recava spesso per devozione alla Madonna del Rosario e per incontrare il suo amico Bartolo Longo:(7) "Il servo di Dio Giuseppe Moscati aveva molto a cuore l’umiltà. Alle volte, tenendo con lui discorso in ordine alle virtù, egli mi ripeteva il pensiero di Sant’Agostino: "Vuoi sapere la virtù che più facilmente apre le porte della perfezione? La prima è l’umiltà, la seconda è l’umiltà, e se mi domanderai ancora, è sempre l’umiltà". "Dalla sorella Nina – continua la sig.na Picchillo – ho appreso che Moscati aveva stabilito a se stesso il proposito - trovandosi in un consulto con altri colleghi davanti ad un infermo – di non parlare mai prima degli altri, pur avendo compreso di primo acchitto il male di cui era affetto il paziente, e allo stesso modo voleva fare quanto era circondato da studenti o discepoli. Altre volte, dopo aver dato lezione di grande capacità, intelligenza e intuito nell’arte medica, agli applausi rispondeva: "E’ il Signore, è il Signore!". Altre volte scappava dagli applausi, sempre a motivo dell’umiltà".

Egli chiamava "colleghi" anche gli studenti di primo anno e spesso chiedeva il loro pensiero su casi clinici; non si intestardiva nelle diagnosi e se sbagliava non aveva difficoltà ad ammettere l’errore. Questo tratto con gli studenti di primo anno denota una grande sensibilità comunicativa verso giovani che devono entrare nel mondo medico; così facendo li incoraggia, perché li fa sentire già coinvolti, già nell’ambiente, già necessari – oltre che stimolarli all’esercizio di sforzarsi ad entrare nella mentalità della diagnosi.

Non faceva mai valere i suoi titoli, ma anzi faceva spesso notare che le guarigioni non erano attribuibili al solo intervento medico, ma a Dio. Come detto sopra, l’umiltà di Moscati si radicava nella convinzione profonda di aver tutto ricevuto da Dio, e tante volte ha sperimentato e riflettuto sul Suo intervento: "Io ti presi dai pascoli, mentre seguivi il gregge, perché tu fossi il capo di Israele mio popolo; sono stato con te dovunque sei andato; anche per il futuro distruggerò davanti a te tutti i tuoi nemici e renderò il tuo nome grande come quello dei grandi che sono sulla terra. Te poi il Signore farà grande, poiché una casa farà a te il Signore. Io gli sarò padre ed egli mi sarà figlio" (2 Sam 7,8-9; 11-14).

Da parte di Moscati, dunque, è giustizia verso Dio dichiarare l’aiuto ricevuto da Lui: "è opera del Signore!". Certo molti che lo ascoltavano non comprendevano queste cose, ma davanti a Dio questa testimonianza va resa, ed Egli "la accredita come giustizia" all’anima che ha trattato come un figlio.

La scelta del celibato

Durante la sua giovinezza egli dovette esitare qualche tempo tra la scelta del celibato e la famiglia, ma una volta maturata la scelta del celibato, lotterà senza sosta per custodire la purezza, senza mezze misure. Moscati comprese che la rinuncia ad una famiglia propria non lo limitava, ma apriva il suo cuore ad ogni creatura. Anche questo un dono del suo intenso amore a Dio Trinità e alla Vergine Immacolata. Così espresse questo convincimeno, dono dello Spirito operante in lui, il 5 giugno 1922: "Mio Gesù amore! Il vostro amore mi rende sublime; il vostro amore mi santifica, mi volge non verso una sola creatura, ma a tutte le creature, all’infinita bellezza di tutti gli esseri, creati a vostra immagine e somiglianza" (8).

Moscati ricordava spesso che il "dono della castità perfetta è una grazia che il Signore non concede a tutti", ma raccomandava lo stato matrimoniale e non rifiutò di essere "compare d’anello". I biografi di Moscati sono propensi ad affermare che egli fece voto di castità e ne portano le "prove" (o almeno dei forti indizi) sia nella frase del Santo appena citata, sia in una sua escìlamazione davanti all’effigie della Madonna del Buon Consiglio, nella Chiesa delle Sacramentiste: "Ho uno slancio di tenerezza per la Madonna sotto il titolo del Buon Consiglio, che mi sorride. Innanzi a questa immagine di lei in questa chiesa feci abiura degli affetti impuri terreni" (9).

La condotta di Moscati probabilmente era troppo "perfetta" per alcuni; qualche collega avanzò anche dei dubbi sulla sua normalità sessuale e addirittura ordì situazioni imbarazzanti per metterlo alla prova. Moscati invece insegnava ai giovani la bontà del matrimonio, e avvertiva normalmente lo stimolo sessuale, come ha testimoniato il Dr. Eugenio Sica nel processo di beatificazione (10).

Giuseppe Moscati indica l’uso giusto della libertà, perché egli, decidendo per Cristo, il bene da lui realizzato influisce positivamente su chi lo circonda (11). Egli fa uso della sua libertà scegliendo per la conoscenza di Dio, e per questo utilizza la preghiera e il culto per restare con Dio. Il suo fine è quello di ottenere la Sapienza, per valutare correttamente il bene e il male. Questo allarga il suo orizzonte su tutti gli uomini, perché le scelte etiche di una persona hanno sempre dei risvolti sulla vita di altri.

Note:
1.
Giovanni Paolo II, Fides et ratio, n.46.
2. A.Marrazini s.j., Moscati modello del laico cristiano di oggi, Ed. ADP, 2004, Vol.I, pp.57-58.
3. A.Marrazini s.j., Op.cit., p.74.
4. Positivo super virtutibus, Roma 1972, Summarium, p.15 n.43, in A.Marrazini s.j., Op.cit., p.74.
5. Positivo super virtutibus, cit., nn. 764-765.
6. A. Tripodoro s.j., S. Giuseppe Moscati, il medico santo di Napoli, Napoli 2006, p.21.
7. A. Tripodoro s.j., Op.cit., pp.210-211. Moscati era molto amico, oltre che medico, di Bartolo Longo, fondatore del Santuario di Pompei. Da qualche anno Longo è stato proclamato Beato.
8. Scritto raccolto da Nina Moscati, sorella del Santo. In A.Marrazini s.j., Op.cit., p.71.
9. A.Marrazini s.j., Op.cit., p.49.
10. Positivo super virtutibus, cit., nn. 1381-1382.
11. Giovanni Paolo II, Memoria e identità, Rizzoli, 2005, p. 47.


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